Dicono di noi che siamo false. Che siamo frivole e svampite. Sempre leziose nei nostri abiti tirati a lucido e nei nostri sorrisi sempreverdi. Siamo una categoria giudicata. Ma cosa si cela veramente Dietro i nostri occhietti contornati di eye liner? Questo la gente non lo sa o Forse Non ha mai provato ad immaginarlo. Vi racconto la storia vera di una commessa E delle sue incontentabili, affezionate clienti.

Mi chiamo Francesca, sono nata e vivo a Roma.
Anche avendo ottenuto diploma e laurea con il massimo dei voti, studiando col sottofondo continuo dei miei professori che soventemente mi minacciavano "guarda che se non studi non potrai far altro che la commessa".
Ho lavorato come commessa per ben quattro anni : se i miei insegnanti avessero immaginato!
Lo scopo era cercare di non essere oggetto del crescente pregiudizio secondo cui “gli italiani sono tutti mammoni†ed essere indipendente nel più breve tempo possibile perché, si sa, una stanza tutta per se è essenziale almeno una volta nella vita.
Lavorare mi è servito per terminare i miei idealistici studi universitari: arti e scienze dello spettacolo.
Ma laurea, ai nostri giorni, non sempre significa impiego.
Lo sanno bene quanti, alle prese con il difficile mondo burocratico delle università , delle stanze in affitto e delle bollette da pagare ogni bimestre, cadono dalla dorata nuvoletta di sogni intitolata “da grande vorrei tanto essereâ€, per adeguarsi ad una vita fatta di compromessi e sogni disattesi.
Ho visto
attori servire la pizza e poeti seduti dietro la cassa di un supermarket.
Ma fare la commessa in un negozio di abbigliamento femminile può risultare un compito molto più arduo di quanto possa sembrare: le bizzarre e stravaganti richieste delle madames clienti mi hanno spesso lasciata perplessa.
"Avete pantaloni a mezzo sedere?" "Un colore più neutrale?" "Avete un maglione a scorza d'albero?".
Così, alle prese con le clienti incontentabili dell’affollato negozio del centro di Roma, ho accolto e cercato di accontentare, i desideri delle esigenti madames senza peraltro tralasciare di appuntare su un taccuino ben nascosto dagli occhi indiscreti, tutte le espressioni che tanto mi hanno fatto sorridere e imbarazzare.
Così è nato un libro edito dalla Newton Compton.
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un po' per divertimento, un po' per riflettere sul complicato mondo delle scelte: ma la gente ha ancora desideri, gusti personali o tutto è solo il frutto di uno spietato e calcolato condizionamento?
Uno stupidario della moda,
un dizionario degli incredibili termini utilizzati dalle madames clienti per definire abiti, colori, misure e tagli.
Ma anche un libro sul difficile compito della vita, scegliere, che non tralascia di raccontare la difficile realtà del precariato giovanile e della generazione dei trentenni accasati da mamma e papà e una storia che invita a non abbandonare le proprie passioni.

Lui le mostrava ogni tanto un capo d’abbigliamento con l’evidente intenzione di volerle regalare qualcosa.
«Dai, provate questa gonna, è molto allegra te la vojo regalà per andare al mare!»
«Amore, mi sa che questa gonna nun va bene per me, forse è troppo stretta!»
«Ma no, non vedi com’è larga, svolazza tutta!»
«Vabbè me la provo, però solo perché me lo chiedi tu…»
«Allora come sto? –disse allegra uscendo- Hai visto avevi ragione la gonna mi va, è proprio la taglia mia!» disse orgogliosa la donna trattenendo il respiro.
« Mamma mia, co 'sta gonna, sembri n'ombrellone della costiera adriatica!»
« E che cosa ti avevo detto io?» proseguì la signora oscillando tra l’imbarazzo e l’astio.
Ma la coppia non si scompose. Si guardarono negli occhi e scoppiettarono in una felice risata.
«Vabbè, andiamo via – disse lui mortificato – ti porto al mare a mangiare le cozze!»
Cari uomini
è giusto, giustissimo entrare in un negozio di abiti, seppur femminili e chiedere:
« mi scusi avete abiti?».
Convinta che si tratti solo di un impasse temporanea, vi rispondo con un sorriso che ben cela la smorfia contorta che si sviluppa nel mio sottopelle
«Ma certo, è la nostra specialità!»
«Ma no, scusi, mi sono espresso male. Avete abiti da donna?».
«Ah, capisco, beh, io cerco seta da donna».
Fortunatamente sapete essere più chiari «cioè –continuate- io cerco quei vestiti, un po’ sghici, un po’ sghenzi, quelli lì un po’ da troietta, quelli un po’ sgueng sguong, quelli che portate voi, cioè mi hai capito no?» dite molleggiandovi disinvolti sulle ginocchia.
Non so proprio che rispondeVI. A dire il vero mi sento anche un po’ offesa: come sarebbe a dire “Quelli che portate voi?”